ho trovato questa storia nelle mie cose volevo condividerle con voi, spero che a qualcuno possa piacere, grazie
PETER PAN NEI GIARDINI DI KENSINGTON
Di J. M. Barrie
INDICE
Peter Pan
Il nido del tordo
La casetta
L'ora di chiusura
1 parte
Peter Pan
Se chiedi a tua madre se conosceva Peter Pan quando era bambina, lei risponderà: "Ma certo che lo conoscevo, tesoro"; e se le chiedi se a quei tempi cavalcasse una capra, dirà: "Che domanda sciocca: certo che la cavalcava". Poi, se chiedi a tua nonna se conosceva Peter Pan quando era ragazza, anche lei risponderà: "Ma certo che lo conoscevo, tesoro"; tuttavia, se le chiedi se a quei tempi cavalcasse una capra, dirà di non aver mai sentito dire che avesse una capra. Forse ha dimenticato, proprio come a volte dimentica il tuo nome e ti chiama Mildred, che è il nome di tua madre. Eppure, difficilmente potrebbe dimenticare una cosa importante come la capra. Dunque, non c'era nessuna capra quando tua nonna era bambina. Ciò dimostra che, nel raccontare la storia di Peter Pan, iniziare dalla capra (come fa la maggior parte della gente) è sciocco tanto quanto indossare la giacca prima del gilet.
Naturalmente, questo dimostra anche che Peter è antichissimo; tuttavia, egli ha sempre la stessa età, quindi la cosa non ha la minima importanza. La sua età è di una settimana e, sebbene sia nato tanto tempo fa, non ha mai festeggiato un compleanno, né c'è la minima probabilità che ne festeggi mai uno. Il motivo è che sfuggì alla condizione umana quando aveva sette giorni; scappò dalla finestra e volò via, tornando ai Giardini di Kensington.
Se pensi che lui sia stato l'unico bambino ad aver mai desiderato scappare, ciò dimostra quanto tu abbia completamente dimenticato la tua infanzia. Quando David sentì questa storia per la prima volta, era assolutamente certo di non aver mai tentato di fuggire; ma gli dissi di sforzarsi di ricordare, premendo le mani sulle tempie, e dopo essersi impegnato a fondo in questo esercizio, ricordò distintamente un antico desiderio di tornare sulle cime degli alberi. A quel ricordo ne seguirono altri: di quando stava a letto progettando la fuga non appena la madre si fosse addormentata, o di quella volta che lei lo aveva sorpreso a metà strada su per il camino. Tutti i bambini potrebbero avere ricordi simili se solo premessero forte le mani sulle tempie; infatti, essendo stati uccelli prima di diventare umani, conservano una natura un po' selvatica nelle prime settimane di vita e avvertono un certo prurito alle spalle, proprio dove un tempo avevano le ali. O almeno, così mi racconta David.
Devo precisare che il nostro modo di raccontare storie è questo: prima la racconto io a lui, poi lui la racconta a me – ben sapendo che ne uscirà una storia del tutto diversa – dopodiché la racconto di nuovo io includendo le sue aggiunte; e così proseguiamo finché non è più possibile dire se la storia appartenga più a lui o a me. In questa storia di Peter Pan, per esempio, l'ossatura del racconto e gran parte delle riflessioni morali sono farina del mio sacco (anche se non tutte: quel bambino sa essere un moralista severo), mentre gli aspetti più interessanti riguardanti le abitudini dei neonati nella loro fase "da uccello" derivano per lo più dai ricordi di David, riemersi proprio premendo le mani sulle tempie e sforzandosi di ricordare.
Ebbene, Peter Pan uscì dalla finestra, che era priva di sbarre. In piedi sul davanzale, scorse in lontananza degli alberi – senza dubbio quelli di Kensington Gardens – e, non appena li vide, dimenticò completamente di essere ormai un bambino in camicia da notte: prese il volo e volò via, proprio sopra i tetti delle case, diretto verso i giardini. È meraviglioso che potesse volare senza ali,
ma quel punto gli prudeva terribilmente; e forse tutti noi potremmo volare se
fessimo assolutamente certi della nostra capacità di farlo, proprio come lo era
l'audace Peter Pan quella sera.
Atterrò allegramente sul prato aperto, tra il Palazzo dei Bebè e il Serpentine,
e la prima cosa che fece fu sdraiarsi sulla schiena e scalciare.
Non ricordava più affatto di essere mai stato umano e credeva di essere un uccello,
anche nell'aspetto, proprio come ai suoi inizi; quando tentava di catturare una mosca,
non capiva che il motivo per cui la mancava era che cercava di afferrarla con la mano
— cosa che, naturalmente, un uccello non fa mai. Notò però che doveva essere
passata l'ora di chiusura del parco, poiché c'erano parecchie fate in giro,
troppo occupate per badare a lui; stavano preparando la colazione, mungendo le mucche,
prendendo l'acqua e così via. La vista dei secchi d'acqua gli mise sete,
così volò verso il Round Pond per bere. Si chinò e immerse il becco nello stagno;
credeva fosse il becco, ma naturalmente era solo il naso, e quindi ne tirò su
pochissima acqua, per di più non così fresca come al solito; allora provò
con una pozzanghera, ma vi cadde dentro di colpo. Quando un vero uccello cade
in acqua in quel modo, spiega le piume e le asciuga becchettandole, ma Peter
non ricordava cosa bisognasse fare e decise, un po' imbronciato, di andare
a dormire sul faggio piangente lungo il Viale dei Bebè.
All'inizio ebbe qualche difficoltà a tenersi in equilibrio su un ramo,
ma poi ricordò come fare e si addormentò. Si svegliò molto prima dell'alba,
tremando e dicendo a se stesso: "Non sono mai stato fuori in una notte così fredda";
era un uccello,
ma, naturalmente, come tutti sanno, quella che per un uccello sembra una notte tiepida
è una notte fredda per un bambino in camicia da notte. Peter si sentiva anche stranamente
a disagio, come se avesse la testa intasata; udiva forti rumori che lo facevano
voltare di scatto, sebbene in realtà fosse lui stesso a starnutire. C'era
qualcosa che desiderava ardentemente ma, pur sapendo di volerlo,
non riusciva a ricordare cosa fosse. Ciò che desiderava tanto era che la mamma gli soffiasse il naso,
ma l'idea non gli venne in mente, così decise di rivolgersi alle
fate per avere lumi. Si dice che ne sappiano parecchio.
Ce n'erano due che passeggiavano lungo il Viale dei Bebè, cingendosi
a vicenda la vita, e lui saltellò giù per rivolgersi a loro. Le
fate hanno i loro screzi con gli uccelli, ma di solito rispondono
garbatamente a una domanda gentile; lui si irritò parecchio quando quelle due
scapparono non appena lo videro. Un'altra se ne stava svaccata su una sedia da giardino,
leggendo un francobollo che qualche umano aveva lasciato cadere, e quando udì
la voce di Peter, spaventata, si nascose dietro un tulipano.
era un uccello,
ma, naturalmente, come tutti sanno, quella che per un uccello sembra una notte tiepida
è una notte fredda per un bambino in camicia da notte. Peter si sentiva anche stranamente
a disagio, come se avesse la testa intasata; udiva forti rumori che lo facevano
voltare di scatto, sebbene in realtà fosse lui stesso a starnutire. C'era
qualcosa che desiderava ardentemente ma, pur sapendo di volerlo,
non riusciva a ricordare cosa fosse. Ciò che desiderava tanto era che la mamma gli soffiasse il naso,
ma l'idea non gli venne in mente, così decise di rivolgersi alle
fate per avere lumi. Si dice che ne sappiano parecchio.
Ce n'erano due che passeggiavano lungo il Viale dei Bebè, cingendosi
a vicenda la vita, e lui saltellò giù per rivolgersi a loro. Le
fate hanno i loro screzi con gli uccelli, ma di solito rispondono
garbatamente a una domanda gentile; lui si irritò parecchio quando quelle due
scapparono non appena lo videro. Un'altra se ne stava svaccata su una sedia da giardino,
leggendo un francobollo che qualche umano aveva lasciato cadere, e quando udì
la voce di Peter, spaventata, si nascose dietro un tulipano.
Con suo grande stupore, Peter scoprì che ogni fata che incontrava fuggiva
via. Una squadra di operai, intenti a segare un fungo, scappò precipitosamente,
abbandonando gli attrezzi. Una lattaia rovesciò il secchio
e vi si nascose dentro. Ben presto i Giardini furono in subbuglio. Folle di fate
correvan di qua e di là, chiedendosi a gran voce chi avesse
paura; le luci venivano spente, le porte barricate e, dai giardini
del palazzo della Regina Mab, giungeva il rullio dei tamburi, segno che
la guardia reale era stata mobilitata.
fine prima parte
editore onofriodelvecchio
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